Obiettivo primario

di Pancrazio Bertaccini

Quello del “ritorno alla terra” è diventato recentemente un leitmotiv che ci accompagna quasi in ogni circostanza, dai mass-media alle conversazioni di vicinato fino a diventare un frequente argomento di dibattito. C’e’ chi lo guarda con interesse e fiducia, chi con curiosità e chi con un consolidato scetticismo. Ciò che è certo è che la terra sta diventando la risorsa a cui guardare e molti nuovi agricoltori, normalmente molto consapevoli e istruiti, si stanno riavvicinando all’agricoltura per svariate ragioni, che vanno dalla salute all’attenzione per l’ambiente, oppure da un diverso pensiero economico fino alla ricerca di necessarie nuove fonti di reddito. Per certi versi è proprio in questo ultimo punto che si muovono le principali preoccupazioni. I nuovi agricoltori sono spinti da una grande fiducia e da obiettivi di alto livello sociale e ambientale, tuttavia il confronto con chi questo lavoro lo ha sempre fatto parte apparentemente in salita a causa delle molteplici difficoltà a cui l’agricoltore è da sempre sottoposto, difficoltà che, per dirne alcune, sono di ordine climatico, fitosanitario e di concorrenza con gli altri mercati, non solo con quelli emergenti ma anche con quelli a maggiore contenuto tecnologico.

Quello che però distingue questa nuova riscoperta dei frutti della terra non è soltanto il desiderio di una nuova vita agreste, ma semmai la consapevolezza, anche se magari non del tutto dimostrata, che una nuova agricoltura è possibile, oltre che necessaria, grazie alle nuove conoscenze, grazie ai nuovi strumenti e grazie alle nuove motivazioni. Il nuovo agricoltore è spinto ad occuparsi maggiormente delle conseguenze delle sue scelte, sia per favorire l’auto-conservazione del suolo e dell’acqua che utilizza, sia per favorire un ridimensionamento dei circuiti economici in modo da mantenere a livello locale la ricchezza che deriva dal lavoro e il relativo reddito. Allo stesso tempo l’economia agricola locale ha negli anni raggiunto una situazione sempre più gravosa a causa delle logiche commerciali che la pongono in situazioni di concorrenza sempre più difficile da sostenere, sotto le logiche di un presunto “vantaggio comparato”, in molti casi valutato in modo artefatto, e della manovalanza a basso costo.

In questo contesto la pubblicazione curata da Menegat e Perna, A.M.I. Obiettivo Primario,immagine1 si colloca esattamente tra gli strumenti che devono essere messi a disposizione dei nuovi agricoltori in modo da permettergli di avere la conoscenza necessaria a fare le scelte giuste, sì da un punto di vista agricolo, ma soprattutto da un punto di vista territoriale, unendosi in una dialettica di rete. Perché è proprio conoscendo il territorio, con la sua storia e con una chiara descrizione della situazione attuale che è possibile ragionare in modo da ponderare le proprie scelte, in coordinamento con il tessuto socio-economico esistente.

Il testo raccoglie un’analisi dell’anfiteatro di Ivrea attraverso tre punti di vista, diversi e complementari, che permettono di avere un quadro d’insieme su ciò che riguarda agricoltori, consumatori e tendenza nella perdita di suolo agricolo a causa della continua cementificazione. Gli studi sono stati sviluppati in prevalenza in ambito universitario e oltre a descrivere uno stato di fatto, ne evidenziano, dettagliatamente, punti di forza (la passione dei produttori, le produzioni di eccellenza e il ruolo fondamentale dell’agricoltura nella gestione del territorio) e le criticità (la debolezza finanziaria delle aziende, carenza di forza lavoro qualificata, scarso supporto alla formazione, scarso potere sui prezzi, trattamenti fitosanitari invasivi e scarso controllo, ecc…), arrivando a indicare un’ipotesi di percorso utile a cercare di capire come la domanda di famiglie, mense, ristorazione, negozi, possa riorientare le produzioni delle aree agricole di prossimità e come, attraverso la mappatura delle colture in essere e delle relazioni che formano le reti agroalimentari, si possa poi allargare il confronto tra i vari soggetti sociali (amministratori, agricoltori, consumatori, ma anche università) in un’ottica svincolata da confini amministrativi. Questi passi sono fondamentali per rivalorizzare la produzione, e per scongiurare una progressiva perdita di: “suolo agricolo come risorsa naturale e dell’agricoltore come risorsa sociale”, incrementeando il reddito locale che attraversa una lenta e continua fase di erosione.

Gli studi sono appoggiati ad una importante attività di intervista, che ha permesso di individuare gli immaginari attuali degli attori sociali, per conoscerne la consapevolezza sulle risorse disponibili e sulle azioni da intraprendere, oltreché tentare di capire se esiste un potenziale valore aggiunto nella promozione delle interazioni tra gli attori e nella promozione della filiera corta. Dai risultati appare subito evidente che non c’è un sufficiente collegamento tra produttori e consumatori: da una parte i produttori conoscono solo il territorio specifico dove operano, e dall’altra i consumatori non hanno generalmente relazione con chi produce il cibo. E’ pur vero che tutti sono consapevoli che sia necessario un rilancio dei prodotti locali, ma allo stesso tempo non si individuano all’interno di una rete e quindi non ne percepiscono le potenzialità. La promozione della produzione di qualità da parte delle istituzioni sembra rivolgersi esclusivamente al potenziamento dell’offerta turistica e non al consumo locale, come se si volesse dare con il turismo maggiore valore all’agricoltura, lasciando però che il consumo locale continui a rivolgersi alla grande distribuzione. Nelle opinioni degli intervistati l’appoggio locale all’agricoltura sembra mancare o non essere percepito, e il settore agricolo è ancora monopolizzato da poche aziende di contoterzisti, mentre le piccole aziende spesso non riescono ad autosostenersi con la sola attività agricola. Nel caso delle piccole aziende, viene rilevato che la loro crescita è legata alla quantità di reti locali e sovralocali in cui sono inserite, e i produttori che sono da più tempo radicati sul territorio hanno ampliato i canali di vendita e riescono ad inserirsi in più ampi canali attivando una pluralità di funzioni all’interno dell’azienda stessa, spesso con particolare attenzione agli aspetti ecologici, paesaggistici e culturali del territorio. Permane comunque l’esigenza di un punto vendita che raccolga sul territorio i prodotti dei piccoli agricoltori, e che permetta di darne visibilità.

Dai risultati raccolti si rileva infine che negli ultimi anni si conferma l’importanza di due fenomeni che quasi naturalmente si muovono nella linea del recupero dell’agricoltura di valore sociale e ambientale. Da una parte le nuove aziende guidate da giovani agricoltori che puntano all’arricchimento potenziale del valore aggiunto territoriale con nuova motivazione, attraverso nuove forme di collaborazione, continui miglioramenti qualitativi, e con costanti investimenti nella formazione. Dall’altra è da evidenziare il lavoro dei gruppi di acquisto solidale e delle nuove associazioni di consumatori e agricoltori che promuovono interazioni attraverso eventi culturali, dibattiti e rapporto diretto tra produttori e consumatori, che si rivela, come in altri casi già ipotizzato, la chiave per garantire la vendita dei prodotti anche ai piccoli produttori, promuovere il reddito locale e garantire nuovo respiro alla stessa economia locale.

Dall’estrema sintesi sopra riportata si evince quale importanza può avere una solida base analitica come quella realizzata di Fabrizio Massaro, Stefano Menegat e Sarah Natoli, e com’è importante che venga diffusa e condivisa tra gli agricoltori o tra interlocutori che possano costituire un coordinamento, in modo da avviare un dialogo e un confronto sui nuovi temi. Diventa così condivisa la scelta sul tipo di coltura da avviare e di distribuzione del prodotto, in accordo con gli altri agricoltori, per diversificare la produzione, ma anche per promuovere nuovi tipi di coltura e nuove richieste di consumo, che possano essere assimilitati alle colture presenti in termini di esigenza climatica e di suolo, ma permettano anche di differenziare l’offerta di prodotti e soddisfare il gusto e le esigenze dei consumatori, per impostare un nuovo paradigma che permetta di recuperare il nostro territorio, fisicamente ed economicamente, esattamente attraverso la produzione primaria.

One thought on “Obiettivo primario

  1. Grazie Pancrazio,
    condivido la necessità di un cambiamento e cerchiamo tutti insieme di realizzare la “RETE” per unire le forze dei volontari, degli agricoltori e delle imprese locali, delle istituzioni. Solo così riusciremo a cambiare il nostro territorio e a creare opportunità di crescita e sviluppo e valori sociali

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